Curarsi o ammalarsi con la letteratura

Nei venerdì pomeriggio di marzo e aprile 2017 la Biblioteca Civica di Bassano del Grappa ha promosso un ciclo di incontri dal titolo "Un libro sul lettino" ovvero "la letteratura come strumento per la conoscenza di sé".

Come bookcounselor ho tenuto il sesto incontro "Curarsi o ammalarsi con la letteratura". Qui di seguito il testo del mio intervento.

Benvenuti e bentornati al sesto e ultimo appuntamento di questo ciclo d’incontri. Prima di me, cinque relatori, psicologi e psicanalisti, hanno accolto su un lettino virtuale altrettante opere letterarie per darne una rilettura e una traduzione in chiave psicologica. Mi piacerebbe conoscere le motivazioni che hanno spinto ciascuno di voi a partecipare a questa curiosa rassegna. Io posso dirvi la mia: l’esperienza della lettura m’incuriosisce e continua a farlo col passare degli anni. Per esempio, desidero capire perché certi libri – non tutti - hanno un impatto significativo su di me. Forse c’è in loro, al di là delle emozioni che mi suscitano, un surplus che dovrei cogliere. Forse – e penso al “Lupo della steppa” di H. Hesse, e al suo protagonista Harry Haller – certi libri propongono la visione di una mente che rischia di essere sommersa dal cicaleccio della vita moderna e offrono al lettore i modi per scansare vicoli ciechi come la depressione e addirittura il suicidio.

In altre parole: cosa significa affermare oggi che la lettura può diventare uno strumento per la conoscenza di sé? In che cosa consiste il suo potere di cura?

Immagino che molti di voi, inclusi coloro che non l’hanno letto e che non hanno partecipato al quarto incontro, conoscano il breve romanzo di Robert Louis Stevenson che s’intitola “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde”. L’eroe del romanzo, il dottor Jekyll, è un medico facoltoso, filantropo come molti gentiluomini inglesi del diciannovesimo secolo. Potremmo paragonare Jekyll a Umberto Veronesi: scienziato dalla carriera solida e costellata di successi, buon amministratore della propria immagine pubblica e dotato per giunta di un fascino e di un carisma extraprofessionali. Ciò che caratterizza Jekyll è soprattutto la passione per gli esperimenti scientifici. Nella ricerca scientifica Jekyll esprime la sua anima di esploratore, di spirito irrequieto al quale il mondo così com’è, la società con tutte le sue regole e le sue proibizioni, sono sempre andati un po’ stretti. Jekyll desidera a tal punto indagare l’animo umano, scoprire ciò che lo anima e lo disanima, da essere disposto a correre più di qualche rischio.

La sua casa londinese è allo stesso tempo residenza e laboratorio, abitazione e officina, essendo provvista di una dépendance adibita a sala anatomica dal precedente proprietario. Jekyll fa di questa dependance il suo rifugio privato e inaccessibile. Ecco come appare al legale Utterson e al domestico di fiducia Poole che ne sfondano la porta con un’ascia per motivi che a breve svelerò:

“Gli assedianti si ritrassero un po’, spaventati dal loro stesso baccano e dal silenzio totale che seguì, prima di guardare dentro. La stanza era rischiarata dalla luce tranquilla della lampada, e un bel fuoco ardeva nel caminetto, dove la cuccuma del tè fischiava il suo esile motivo. Un paio di cassetti erano aperti, ma le carte erano in ordine sulla scrivania, e nell’angolo accanto al fuoco un tavolino era apparecchiato per il tè. La stanza più tranquilla di Londra, si sarebbe detto, e anche la più comune, a parte gli armadi a vetri con la loro apparecchiatura chimica.” (p. 60)(1)

In questo locale dall’apparenza tranquilla si è appena consumato un delitto, com’è evidente dal corpo che giace riverso sul pavimento. Non svelerò stasera l’identità del cadavere né dirò che cosa sia successo: v’invito a leggere per conto vostro il romanzo facendo attenzione ai dettagli e ai personaggi insospettabili. Ciò di cui mi interessa parlarvi riguarda l’esperimento che il dottor Jekyll compie usando come cavia se stesso; un esperimento i cui pericoli Jekyll non si nasconde:

 “Sapevo bene di rischiare la vita, poiché era chiara la pericolosità di una sostanza così potente da penetrare e scuotere dalle fondamenta la stessa fortezza dell’identità personale: sarebbe bastato il minimo errore di dosaggio, la minima controindicazione […]. Guardai il liquido che bolliva e fumava nel bicchiere, aspettai che terminasse l’effervescenza, poi mi feci coraggio e bevvi.” (p. 78)

Jekyll beve la pozione da lui preparata e, tra spasmi atroci, si trasforma in un individuo dal corpo deforme e dall’indole malvagia e corrotta. Stranamente, l’integerrimo e irreprensibile dottor Jekyll prova intimamente un senso di gioia mista a sollievo alla vista di questo suo mostruoso alter ego. Ma il signor Hyde, come dice di chiamarsi il doppio di Jekyll, si rivela ben presto pericolosamente autosufficiente, in grado di prendere iniziative una più disastrosa e criminale dell’altra. Costretto a limitare il raggio d’azione di questo scomodo personaggio da lui stesso generato, Jekyll tenta un secondo e decisivo esperimento: beve di nuovo la pozione, la stessa identica pozione. L’effetto è sorprendente: Hyde si trasforma nuovamente in Jekyll.

“la droga, infatti, [scrive Stevenson] di per se stessa non agiva in un senso piuttosto che nell’altro, non era divina o diabolica di per sé; essa scosse le porte che incarceravano le mie inclinazioni”. (p. 81)

Non so a che cosa pensasse di preciso Stevenson quando ideò la pozione di Jekyll. Di sicuro aveva in mente l’etimologia della parola “farmaco”, che significa sia “medicinale” sia “veleno”. Come dice Jekyll, dipende tutto dal dosaggio.

Ritengo che su di noi la lettura agisca più o meno come la pozione di Jekyll agisce su di lui. Non è “divina o diabolica di per sé”, anche se spesso la usiamo con la speranza di raggiungere qualche obiettivo esterno ai libri. Ci serviamo della lettura come di un farmaco in grado di modificare il nostro umore, la nostra disposizione verso il mondo e verso noi stessi. Non c’è niente di insolito né di riprovevole in questo. Ma, come insegna “lo strano caso” del dottor Jekyll e del signor Hyde, non si sa mai quale sarà il risultato di un simile esperimento. Per un lettore, leggere con l’auspicio o con la determinazione di raggiungere un fine esterno alla lettura rappresenta un rischio permanente. Uno di questi rischi è quello di fare la scoperta del signor Hyde che è in noi. Una scoperta dalla quale è impossibile tornare indietro.

Le opere letterarie hanno questo effetto: tirano fuori da noi quel che siamo a nostra stessa insaputa. La scoperta ci può lasciare deliziati oppure orripilanti. Sta a ciascuno di noi trarre le conclusioni, nel chiuso del suo laboratorio privato. Una cosa è sicura: l’esito dell’esperimento non è colpa e non è merito dei libri di cui ci serviamo per compierlo. Leggere è dotare il nostro laboratorio di uno specchio a figura intera, come farà lo stesso Jekyll nel suo per vedere l’effetto della metamorfosi. La tentazione di infrangere lo specchio, quando riflette ciò che non ci aspettiamo, è sempre forte.

È accaduto anche a me molto tempo fa.

Lavoravo in biblioteca già da un paio d’anni e fino ad allora ero stata una lettrice assidua e curiosa, con un gusto per lo slalom sui pendii dolcemente soleggiati della buona letteratura e qualche incursione verso le vette ghiacciate. Non mi ero fatta mancare fuoripista a rischio slavine, piste nere e ruzzoloni verso il basso per stanchezza, noia o divertimento a basso costo energetico. Insomma, vivevo di libri avendone fatta anche una professione, un po’ come il montanaro calza scarponi e scii con la naturalezza che gli viene dall’abitare in montagna. Cosa succede al montanaro quando si trasferisce in pianura, ad esempio per seguire la donna di cui è innamorato? Quello che è successo a me quando mi sono sposata.

Nei primi sei mesi di matrimonio ho cercato di trasformarmi nella casalinga perfetta. Ogni minuto era dedicato alle incombenze che il mènage familiare fa ricadere sulle spalle femminili e che ogni giorno si ripetono uguali o addirittura si moltiplicano senza che si riesca a mettervi freno. Aprivo un libro e dopo pochi minuti lo dovevo chiudere perché avevo la testa altrove e i sensi di colpa alle stelle. È andata a finire che ho smesso del tutto di leggere; ma era come se non respirassi più o fossi in apnea. Immaginatemi come un Jekyll in gonnella, con le sole qualità che la società era disposta a riconoscermi e nessun laboratorio segreto in cui ritirarmi. Un giorno, in biblioteca, catalogai l’ultimo libro dell’americana Patricia Cornwell. S’intitolava “La fabbrica dei corpi”. Bel titolo, inquietante. Lo presi a prestito senza convinzione (dove troverò il tempo …). La sera stessa, mentre stavo lisciando la piega inesistente del copriletto, mi soffermai a leggere l’inizio.

Può darsi che non abbiate mai sentito parlare di Kay Scarpetta, protagonista di più di venti bestseller della Cornwell, mentre avrete visto qualche episodio di CSI, la serie televisiva americana sulle indagini della polizia scientifica sulla scena del crimine. Forse la serie televisiva è stata creata sulla scia del successo del personaggio di Kay Scarpetta, un medico anatomopatologo in grado di ricostruire il modus operandi dell’assassino dalle tracce lasciate sul corpo delle vittime. Nel giro di una settimana lessi i cinque romanzi che la Cornwell aveva già pubblicato. Non ero mai stata un’appassionata del genere noir poliziesco. Credo di non aver mai assistito con l’immaginazione a così tanto spargimento di sangue. Non m’identificavo con l’investigatrice – saccente e fredda come le sale mortuarie in cui opera – ma con il serial killer, tale Temple Gault, un tipo grandiosamente amorale, un moderno mister Hyde che si prende gioco della pretesa di sicurezza su cui si regge ogni società. Diventando, per così dire, Temple Gault, ho inciso con precisione chirurgica il mio ruolo di perfetta casalinga liberandolo dal pus che lo infettava. E ho ripreso a respirare – e a leggere.

Ora che conoscete il caso Jekyll/Hyde e il mio fugace incontro con Temple Gault, concorderete con me che è quanto meno ingenuo aspettarsi che la lettura sia in grado di porre rimedio ai mali del mondo, alle divisioni e alle crisi politico-sociali, alle differenze di ceto, alle disuguaglianze economiche. È ingenuo pensare che la lettura guarisca le malattie del corpo – un mal di denti, una sciatica … – e quelle dell’anima – un lutto, una depressione, la scomparsa dalla nostra vita di una persona che ci era cara. Non meno ingenuo è voler stabilire il pregio di un libro sulla scorta dell’effetto che ha prodotto o non ha prodotto in noi. I romanzi della Cornwell sono stati importanti per me, in quel particolare periodo della mia vita; ma la loro importanza è, per così dire, la sintesi di ciò che, all’atto di leggerli, sono riuscita a leggere di me stessa, e non c’entra con il loro valore letterario.

Io oggi continuo a leggere per il piacere di leggere, un piacere che è impossibile programmare e che, al contrario, cresce in misura proporzionale alla sua imprevedibilità. Posso leggere per divertimento e spensieratamente; ma la lettura per me significa soprattutto riflessione, perché la letteratura mi fornisce immagini con cui pensare. Le parole di un romanzo si fanno carne, lingua che dà forma a idee, pensieri, emozioni, liberando un’energia altrimenti inespressa. Quando la si legge con totale dedizione, la letteratura scardina gli equilibri dati per certi e genera nuove identità, tanti piccoli Hyde che non sapevamo di portare dentro di noi e che a loro volta contengono tanti piccoli Jekyll impazienti di venire alla luce.

Con ciò spero di aver contribuito a liberare il campo da panacee e scetticismi che può sollevare la definizione di biblioterapia, nella sua accezione più diffusa - “uso della letteratura per promuovere la salute”. Soprattutto allorché ci si riferisce alla salute come a (cito la definizione che ne dà l’OMS) “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non la semplice assenza dello stato di malattia o infermità”. Generalmente, il significato della parola letteratura viene lasciato sul vago, spesso dagli stessi “addetti ai lavori”. Affinché non crediate che la biblioterapia sia un contenitore vuoto, vi parlerò ora di alcune strategie per “curarsi” con i libri, frutto di esperienze estere e italiane e della mia esperienza di lettrice e biblioterapeuta sui generis.

In Gran Bretagna, patria di Shakespeare e terra di pragmatismo nutrita da una cultura del libro e delle biblioteche agli antipodi dalla nostra, la lettura intesa come terapia è un fatto assodato da gran tempo. Verso la fine del secolo scorso, uno studio sugli effetti della biblioterapia, pubblicato nel “Journal of Counsulting and Clinical Psycology”, dimostrò l'effettiva portata clinica nella riduzione dei sintomi depressivi e disfunzionali di un campione di pazienti. Sulla scia di questi e altri risultati, nel maggio 2013 i medici di famiglia britannici hanno iniziato a trattare alcuni disturbi mentali e dell’umore attraverso l’innovativa prescrizione di libri scelti fra una lista di trenta titoli proposti dalla “Society of Chief Librarians” e dalla “The Reading Agency”. La scelta del libro prescritto dipende dal tipo di disturbo presentato dal paziente. Al termine della visita il medico compila una ricetta che dovrà essere presentata in una biblioteca anziché in farmacia.

Ho rintracciato la lista nel sito della “Reading Agency”: si tratta di trenta manuali d’autoaiuto (self-help books) o di saggi di taglio divulgativo inerenti una quindicina di disturbi psicofisici o nevrosi. Ad esempio, sotto la voce “worry” si trova consigliato un testo dal titolo “How to stop Worrying”. Si tratta di libri che i medici di famiglia consigliano ai loro pazienti per offrire informazioni chiare sulla malattia e aiutarli così a “nominarla”. Sappiamo che in ambiti di cura dare un nome a una cosa costituisce un primo passo verso il cambiamento ed è utile a predisporre le strategie terapeutiche in vista della guarigione. Un’altra sezione dello stesso sito presenta in modo più accattivante, con l’ausilio delle copertine e di una breve recensione o commento, ulteriori liste chiamate “Mood-Boosting Books” (libri solleva-morale) che includono, tra l’altro, titoli appositamente selezionati per persone malate di cancro. Sono romanzi, racconti e poesie di autori anglosassoni come Terry Pratchett, Frances Hodgson Burnett (autrice di “Il giardino segreto”) e altri contemporanei.

Si tratta di un progetto interessante che - al di là dei risultati effettivi non ancora misurabili a distanza di tre anni - ha il vantaggio di godere di un coordinamento a livello istituzionale/nazionale e di poter contare su una diffusione capillare (medici di famiglia e biblioteche) della biblioterapia. Si parte dal presupposto che la lettura possa attivare un processo di guarigione e di cura di sé. Al posto o a fianco della pillola, ecco il romanzo oppure il racconto che fotografa un istante di vita, la poesia che scava il corpo con la potenza del linguaggio, la mano tesa di un manuale di auto-aiuto, che è tale solo di nome.

Sempre in Gran Bretagna, nel 2013 è stata pubblicata una raccolta di consigli di lettura firmata da Ella Berthoud, insegnante d’arte, e Susan Elderkin, scrittrice, entrambe biblioterapeute con esperienza pluriennale presso la “School of Life” di Londra, sorta di accademia del benessere fondata dal noto filosofo Alain de Botton. L’edizione italiana, intitolata “Curarsi con i libri, rimedi letterari per ogni malanno”, è stata curata per i tipi di Sellerio dallo scrittore Fabio Stassi, che ha integrato o sostituito con autori e titoli italiani la ricca bibliografia del testo originale altrimenti riferita a un orizzonte culturale anglosassone.

La consultazione del manuale è semplice. Le malattie tanto fisiche quanto psicologiche sono elencate in ordine alfabetico. I frequenti rinvii a voci similari (esempio: “Balbuzie, vedi anche Timidezza”) permettono al lettore di orientarsi nei meandri labirintici della letteratura mondiale seguendo un ideale filo di Arianna. E’ un libro da tenere a portata di mano, prezioso nella misura in cui mescola una buona dose di umorismo a sostanziose riflessioni e suggestioni letterarie.

Mi piacerebbe proporvi un assaggio del Manuale. La voce “depressione” potrebbe essere esemplificativa della conoscenza letteraria e insieme dell’attenzione o delicata cura che le due biblioterapeute offrono al lettore. Tuttavia questo argomento è stato più volte affrontato negli incontri precedenti. Ho scelto pertanto un altro malanno con relativo rimedio, sulla scorta di un episodio recente. Una decina di giorni fa ho partecipato a un tavolo di lavoro su un progetto che coinvolgeva figure professionali diverse, ognuno ha spiegato in cosa poteva consistere il proprio apporto e quando è stato il mio momento ho suscitato qualche legittima curiosità. Un collega con serietà mi ha chiesto se esiste un rimedio letterario per l’eiaculazione precoce. Ne è scaturita una conversazione interessante. In seguito quando ho potuto consultare il Manuale ero sicura che le due biblioterapeute avevano preso in considerazione la malattia e questo è il loro rimedio.

Leggo la voce “Eiaculazione precoce” (pp.204-205  e p. 206) premettendo che le due autrici suggeriscono per la cura la lettura del famoso romanzo epistolare dell'inglese S. Richardson "Pamela o la virtù premiata", 1740.

Nell’esperienza delle due consulenti della “School of Life” e nel progetto della “Reading Agency”, che prevede il coinvolgimento dei medici di famiglia e dei bibliotecari, c’è un aspetto fondamentale che va evidenziato: il libro e il suo lettore non s’incontrano in modo fortuito, come succede generalmente. L’incontro qui è facilitato da una terza persona. Il medico, lo psicoterapeuta, il counselor, il coach sono esperti nella relazione d’aiuto. In modo diverso, lo sono anche l’insegnante, l’educatore e il genitore, il bibliotecario, il libraio e il critico letterario. Lo scrittore Pennac ha definito queste figure dei passeur, cioè dei traghettatori della lettura.

Chiedere aiuto a un passeur di lettura può sembrare un’idea decisamente balzana. Di questa opinione è evidentemente Fabio Stassi, curatore del sopracitato manuale di rimedi letterari. Nel suo romanzo “La lettrice scomparsa”, Sellerio 2016, un professore di lettere a nome Vince Corso, stanco di fare il precario, affitta a Roma un appartamento e sulla porta appone la targa “Counselor della Rigenerazione Esistenziale”. La sua prima cliente - saranno tutte donne, e tutte lettrici compulsive – ha un problema di capelli impossibili. Vince le consiglia l’opera postuma di uno scrittore suicida (Hemingway).

L’eroe di Stassi ignora la lezione di leggerezza delle due biblioterapeute inglesi per le quali, nell’ambito di una relazione d’aiuto, un’opera letteraria va “somministrata” in dosi controllate e mirate, secondo il principio dell’omeopatia. Non tutti possediamo la forza di volontà del dottor Jekyll quando beve la sua pozione o il coraggio implicito nell’aforisma di Kafka per cui “Un libro dev'essere un'ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi”.

Immagino che la biblioterapia, almeno per come è concepita e praticata al presente, possa sembrare a qualcuno di voi un’interpretazione farmacologica della letteratura un po’ tirata per i capelli. Un’eccellente alternativa è costituita secondo me dai gruppi di lettura. Un gruppo di lettura è un insieme di persone che di comune accordo s’incontra regolarmente in un luogo per parlare di libri. Perché? Forse perché leggere in gruppo è meglio che leggere da soli? Non proprio, o non esattamente.

Sappiamo per esperienza che, in generale, il piacere che comunica un libro supera di molto le nostre possibilità di esprimerlo. Ma un libro che lascia un segno comunica un desiderio irresistibile di parlarne. Se dovessi dire da che cosa riconosco che un libro mi piace (nel senso personalissimo che ognuno di noi assegna a questo aggettivo così poco qualificativo), oggi risponderei: dal potere che questo libro ha di suscitare in me del linguaggio. Del resto, l’emozione di un testo letterario proviene dal linguaggio e perciò non fa meraviglia che trovi sbocco nel linguaggio.

Condividere il piacere della lettura è dunque la molla che spinge a istituire un gruppo di lettura. Leggere, ha detto qualcuno, significa entrare in conversazione con l’autore del libro. Nei casi in cui la conversazione si rivela particolarmente felice, sembra naturale darle un seguito, estenderla, parteciparla. Ecco a cosa può servire il gruppo di lettura: a sconfiggere la frettolosità e l’approssimazione che improntano gli sporadici tentativi di rendere conto, a parole, delle parole di un libro che ci ha impressionato. Dal gruppo e nel gruppo prendiamo la forza di rispondere all’intensità di un’emozione di lettura con la precisione del linguaggio e l’articolazione del pensiero. Diciamo subito che discutere insieme delle rispettive letture non vuol dire confrontare le opinioni per far sì che alla fine prevalga un’unica interpretazione, un unico punto di vista. Vuol dire scambiarsi i punti di vista, misurare l’efficacia e l’adeguatezza dei nostri strumenti espressivi, capire in che cosa la nostra sensibilità di lettori diverge da quella altrui, e in che cosa è uguale, senza timore di apparire goffi, maldestri.

Coordinando personalmente tre gruppi di lettura, un paio dei quali da almeno quattro anni, mi è capitato di assistere alle metamorfosi di molti partecipanti, soprattutto quelli abituali. Non tutte sono del genere “da Jekyll a Hyde”. Qualcuna è sorprendentemente di verso opposto, “da Hyde a Jekyll”. Se riflettete che il verbo inglese “to hide” significa in italiano “nascondere”, potrete indovinare che cosa comporta una trasformazione di questo tipo indotta dal gruppo di lettura: una accresciuta capacità di ascolto di se stessi e degli altri, la gioia di vedere con chiarezza le connessioni tra pensiero e linguaggio, un linguaggio che esprime in modo intenso e con maggior precisione le emozioni che suscita la lettura di un testo. In definitiva, dando vita a una conversazione guidata a partire da letture selezionate i partecipanti a un gruppo di lettura prendono confidenza con la loro sensibilità linguistica, intellettuale ed emotiva.

Concludo con l’affermazione del dottor Jekyll, il quale - quando la provvista del sale, che egli identifica come l’elemento principale per la pozione, comincia a scarseggiare - manda Poole ad acquistarne ancora, ma quello che gli viene procurato non sortisce più l’effetto tanto temuto o desiderato, e ormai necessario:

“Ora sono convinto [queste le parole di Jekyll] che il primo quantitativo [di sale] doveva essere impuro, e che proprio da quell’ignota impurità dipendeva la sua efficacia.” (p. 97)

La pozione del dottor Jekyll prevede un ingrediente d’ignota impurità e la sua scoperta rimane incompleta. E’ un invito a proseguire gli esperimenti, usando noi stessi come cavie. Un invito a sorbire la lettura nel dosaggio che desideriamo, e… attenti agli effetti collaterali. Buona ricerca e buona lettura!

 

 (1) Robert Louis Stevenson, Lo strano caso del Dr Jekyll e del sig. Hyde, Torino, Einaudi, 1996. Trad. di: Carlo Fruttero e Franco Lucentini.