Bookcounseling. Il piacere della lettura condivisa

Dal 15 al 31 ottobre 2018 in Villa Cerchiari a Isola Vicentina si è svolta la terza edizione di "Profumo di Carta. Due settimane di libri incontri rassegne". La sera del 23 ottobre, in qualità di Bookcounselor, ho parlato di Bookcounseling e del piacere della lettura condivisa. Qui il link al video e sotto, a seguire, il testo integrale del mio intervento.

Se non sapete che cos’è il Bookcounseling, potete consolarvi: di questi tempi è diventato difficile perfino sapere con precisione che cos’è lo Spritz. Vi do due informazioni. La prima: se in futuro qualcuno vi propone di farvi uno spritz, non aspettatevi che si diriga verso il primo bar a tiro. La seconda: Spritz è il nome di un programma, un’app che consente di aumentare la velocità di lettura, da 250 a 500-600 parole al minuto, grazie alla riduzione del movimento oculare sul testo scritto. Con lo Spritz potrete leggere un romanzo in un paio d’ore, appagando il desiderio di diventare dei lettori che leggono più di cinquanta libri all’anno.

Ma è tutto qui il piacere di leggere? La lettura non sarebbe altro che una gara di velocità contro il tempo?

Ora, anche il Bookcounseling è un’attività che aiuta il lettore più o meno insoddisfatto delle sue abitudini di lettura. Lo aiuta a trovare il libro che fa al caso suo, che lo identifica e in cui si identifica pienamente. La parola Bookcounseling non ha un esatto corrispondente in italiano. Come attività, il Bookcounseling nasce e si diffonde in un contesto culturale, quello anglosassone, agli antipodi rispetto al nostro. In Gran Bretagna e negli Stati Uniti, la cultura del libro e delle biblioteche è diffusa capillarmente e non intrattiene legami preferenziali col mondo accademico. E’ centrata sul lettore e sulla affezione alla lettura in ogni ambito: scolastico, professionale, socio-sanitario e familiare. In Italia la lettura è praticata per lo più durante il percorso scolastico e poi abbandonata nelle mani di pochi lettori forti. Il libro da noi è ancora un oggetto da sfoggiare, quasi un attestato di presunta cultura.

In un luogo quanto mai intonato come la biblioteca di Isola Vicentina di Villa Cerchiari, ospite di una rassegna dal titolo accattivante, desidero rendervi partecipi di una metamorfosi. La metamorfosi della lettura, che da attività fondamentalmente solitaria e individuale, diventa esperienza corale e condivisa. Uno degli artefici di questa metamorfosi è il bookcounselor, colui che in modo pratico e diretto promuove la lettura come attività che arreca benessere.

La metamorfosi del libro avviene, per così dire, sotto il nostro naso. Prendete il nome di questa rassegna, “Profumo di carta”. Evoca un modo sensoriale e materico di avvicinarsi al libro. Un modo intimo e individuale, che fa appello ai sensi.

A me richiama alla mente una illustrazione, intitolata Bookworm, disegnata da Norman Rockwell per la copertina del magazine “The Saturday Evening Post” nell’agosto del 1926. Il “bookworm” sarebbe il “secchione” ma anche il “topo da biblioteca”.

Guardatelo: ha un’età indefinita. Le sue scarpe sono spaiate, l’impermeabile è mal abbottonato. Ha chiuso l’ombrello in modo frettoloso, gli occhiali scivolano verso il basso mentre socchiude gli occhi. Quello che non vediamo è il suo naso. Il libro lo nasconde completamente. Come fa il naso rispetto a un volto, il libro diventa qualcosa di più di un’appendice del “bookworm”: lo identifica. Attraverso il libro il “bookworm” percepisce il mondo. Che lo stia aspirando con godimento, lo intuiamo dalla postura del corpo, dal leggero movimento all’indietro. Tra tutti, l’odorato è il senso più enigmatico perché agisce direttamente sul nostro inconscio, oltrepassando la ragione.

Anche per noi qui stasera non dovrebbe essere difficile evocare il profumo della carta. Siamo in una biblioteca. Per i lettori, soprattutto di una certa età, il profumo delle pagine di un libro “è come quello di una michetta appena sfornata” – cito lo scrittore Andrea Vitali: è una fragranza che vorremo accompagnasse ogni nostro inizio di giornata. Significa che teniamo tra le mani qualcosa di buono con cui nutrirci. Come topi da biblioteca, ci inebriamo dei composti specifici di un libro, che sono carta, inchiostro e colla. Nei libri vecchi ci sono maggior quantità di cellulosa e lignina rispetto a quelli nuovi. Il processo di deterioramento, che nel tempo fa ingiallire la carta, conferisce alla pagina un odore che assomiglia a erba e a vaniglia.

Lo scrittore di fantascienza Isaac Asimov, in un racconto del 1951, “Chissà come si divertivano!”, aveva immaginato così il ritrovamento di un libro cartaceo da parte di due ragazzini, in un futuro che per noi è quasi presente.

“Margie lo scrisse perfino nel suo diario, quella sera. Sulla pagina che portava la data 17 maggio 2157, scrisse: “Oggi Tommy ha trovato un libro vero!”. Era un libro antichissimo. Il nonno di Margie una volta aveva detto che, quand’era bambino, suo nonno gli aveva raccontato che c’era stata un’epoca in cui tutte le storie erano stampate su carta.[Margie e Tommy] Giravano le pagine, che erano gialle e sgualcite, ed era terribilmente divertente leggere parole che se ne stavano ferme invece di muoversi com’era previsto che facessero. E poi, quando tornavano alla pagina precedente, sopra c’erano le stesse parole che avevano letto prima. “Gee” disse Tommy “che spreco!” “Quando hai terminato il libro, lo butti via, immagino.” Margie aveva undici anni, e non aveva visto tanti libri quanti ne aveva visti Tommy. Lui ne aveva tredici. “Dove l’hai trovato?” domandò. “A casa mia”. Indicò senza guardare, perché era occupato a leggere. “In solaio.”

Di che cosa sa un e-book? Qual è il suo profumo? Sembra che un’azienda abbia commercializzato una bomboletta spray chiamandola “Smell of books”, un prodotto che, spruzzato sul kindle, gli conferisce il profumo di un libro vero. Il mio e-reader odora solo di plastica. Mi cimento con gli e-book da poco. Le chiamo “prove di lettura” a causa della scarsa soddisfazione che mi procurano. Ma sono restia ad abbandonare la sperimentazione. Di recente, a un convegno sulla lettura ho ascoltato Albert Manguel, ex Direttore della Biblioteca Nazionale di Buenos Aires, autore di un’imperdibile “Storia della lettura” (1996). Facendo riferimento al rapporto libro-testo, Mangel sostiene che “ogni supporto altera il contenuto; e ogni supporto si rivela essere il più adatto per quel contenuto”.

Se è vero che “Ogni supporto altera il contenuto”, devo pensare che il kindle alteri il romanzo che sto leggendo. E’ possibile che lo renda diverso dal romanzo che leggo su un libro di carta? E se Manguel avesse ragione, per leggere un romanzo è più adatto il libro tradizionale o quello elettronico?

Secondo Tim Parks, romanziere inglese che vive da molti anni in Italia, il passaggio dal libro cartaceo all’ebook ricorda il momento in cui si passa dai libri illustrati dell’infanzia alla pagina in versione adulta fatta di sole parole. L’ebook sembrerebbe avvicinarci all’essenza dell’esperienza letteraria. In che modo? Eliminando tutte le variazioni nell’aspetto e nel peso dell’oggetto che teniamo in mano e riducendo qualsiasi elemento che possa distogliere la nostra attenzione da un preciso punto nella sequenza di parole.

Cosa ne pensate? Dall’inebriarsi del profumo di carta come fosse la michetta quotidiana, all’elogio dell’ebook che ci sottrae al feticismo del libro cartaceo, del libro ridotto a feticcio tra le nostre mani. C’è di che rimanere spiazzati. Da due percorsi apparentemente diversi, Manguel e Parks ci invitano a definire che cosa sia l’esperienza di lettura di un’opera letteraria. Che cos’è l’esperienza letteraria e qual è la sua essenza, quella che lo scrittore vuole offrire al suo lettore e che il lettore anela a fare sua mentre legge?

L’esperienza della lettura consiste nello spostare la nostra mente seguendo una successione di parole, dal principio alla fine. Si tratta di puro materiale verbale, affine al pensiero, che un autore ha organizzato per noi in modo intelligibile.

Basta pronunciare le parole in sequenza, anche mentalmente, per avere un’esperienza letteraria, anche più intensa che non leggere le pagine da un qualsiasi supporto cartaceo o elettronico. In quel momento ci si riesce a spogliare, anche se per poco, della nostra identità. In quel momento diventiamo noi stessi il supporto migliore. Quando leggo, mi viene chiesto di spogliarmi della mia propria identità, diventando il supporto più adatto ad accogliere una storia e il dispiegarsi delle vite dei personaggi o del protagonista. Solo così la lettura produce degli effetti, più o meno duraturi, su di me, sulla mia giornata, sulla vita. Ricordate il mondo distopico creato da Ray Bradbury in “Fahrenheit 451” (1952)? In una società dove è reato possedere e leggere libri - che vengono sistematicamente bruciati da un corpo speciale di vigili del fuoco - il patrimonio letterario dell’umanità è custodito da un manipolo di reietti e fuorilegge che mandano a memoria i testi. Gli uomini diventano così opere letterarie viventi.

Vi racconto un episodio della mia vita di lettrice, che a distanza di anni mi ha offerto non pochi spunti di riflessione. Lavoravo in biblioteca da un paio d’anni, quando mi sposai. Nei primi sei mesi di matrimonio ero decisa a trasformarmi in una casalinga e in una moglie perfetta. Ogni minuto era dedicato alle incombenze che il ménage familiare fa ricadere sulle spalle femminili e che ogni giorno si ripetono uguali o addirittura si moltiplicano senza che si riesca a ridurle. La lettrice che era in me scalpitava. Aprivo un libro ma dopo pochi minuti lo dovevo chiudere perché avevo la testa altrove e i sensi di colpa alle stelle. È andata a finire che ho smesso del tutto di leggere. Mi dicevo che, pur non avendo più una stanza tutta per me, in cambio avevo una casa intera a disposizione. Ma la cosa non mi consolava. Era come se non respirassi più o fossi in apnea.

Un giorno, in biblioteca, catalogai l’ultimo libro dell’americana Patricia Cornwell. S’intitolava “La fabbrica dei corpi”. Bel titolo, inquietante. Lo presi a prestito senza convinzione (dove troverò il tempo …). La sera stessa mi soffermai a leggere l’inizio. Può darsi che non abbiate mai sentito parlare di Kay Scarpetta, protagonista di più di venti bestseller della Cornwell. Di sicuro avrete visto qualche episodio di CSI, la serie televisiva americana dedicata alle indagini della polizia scientifica sulla scena del crimine. Forse la serie televisiva è stata creata sulla scia del successo del personaggio di Kay Scarpetta. Scarpetta è un medico anatomopatologo in grado di ricostruire il modus operandi dell’assassino dalle tracce lasciate sul corpo delle vittime. Nel giro di una settimana lessi i cinque romanzi che la Cornwell aveva già pubblicato. Non ero mai stata un’appassionata del genere noir poliziesco. Credo di non aver mai assistito con l’immaginazione a così tanto spargimento di sangue. Non m’identificavo con l’investigatrice – saccente e fredda come le sale mortuarie in cui opera – ma con il serial killer, Temple Gault, un tipo grandiosamente amorale, un moderno mister Hyde che si prende gioco della pretesa di sicurezza su cui si regge ogni società. Diventando, per così dire, Temple Gault, ho sezionato e inciso con precisione chirurgica il mio ruolo di perfetta casalinga liberandolo dal pus che lo infettava. E ho ripreso a respirare – e a leggere. Quando la si legge con totale dedizione, la letteratura scardina gli equilibri dati per certi e genera nuove identità, che non sapevamo di portare dentro di noi e che sono impazienti di venire alla luce.

Ora che conoscete il mio controverso e liberatorio incontro con i romanzi della Cornwell, concorderete con me che è ingenuo pensare che la lettura guarisca le malattie del corpo e quelle dell’anima, secondo un metodo univoco che a un sintomo associa un farmaco, a una malattia propone un rimedio letterario. Allo stesso modo è ingenuo voler stabilire il pregio di un libro sulla scorta dell’effetto che ha prodotto o non ha prodotto in noi. I romanzi della Cornwell sono stati importanti per me, in quel particolare periodo della mia vita; ma la loro importanza è, per così dire, la sintesi di ciò che sono riuscita a leggere di me stessa attraverso di essi, e non c’entra con il loro valore letterario.

Non esistono libri innocui, perché gli esseri umani non sono innocui. Sono bestie pericolose, e quello che nutre il loro immaginario innesca spesso processi di misteriosa combustione. Lo sa bene Patricia Cornwell che, dando vita all’anatomopatologa Kay Scarpetta, ci consegna un personaggio che è un “antidoto” e nel contempo il doppio di Temple Gault. Scarpetta, medico legale e anatomopatologo, scruta il corpo violato sopra il tavolo anatomico con il distacco necessario a cogliere tutti i dettagli che potranno essere utili a scoprire l’assassino. Il lettore, a sua volta, si china sul corpo del testo per coglierne la struttura, i dettagli significativi, il ritmo della frase, la rifrangenza visionaria della parola.

Il lettore sa che l’atto di chinarsi sul testo non ha nulla a che fare con la velocità. Anzi: leggere richiede concentrazione, lentezza, una certa prontezza che nasce dall’esperienza, accresciuta da letture selezionate con disordinata cura e con gusto personale.

Ma a volte quest’azione è disturbata, difettosa. Il lettore non riesce a vedere nulla, sembra non cogliere l’elemento essenziale e abbandona il corpo, pardòn, il libro. Ma c’è un cambiamento nell’aria, una metamorfosi della lettura che segna e segnala un cambiamento socio-culturale più ampio e che si riverbera sul lettore.

Ve lo illustro con un’immagine che mi è stata offerta in modo gratuito da una conoscente, che lavora nel campo della moda e frequenta i set fotografici. Prima dell’arrivo della fotografia digitale, nel rapporto tra fotografo e modello era il fotografo ad avere il potere, soprattutto dal punto di vista tecnico. Nella foto classica, analogica, lo sguardo era del fotografo, filtrato dall’obiettivo; quello che c’era nell’obiettivo lo vedeva solo lui, era uno sguardo intimo che avvolgeva il modello chiedendone la complicità. Oggi sul set fotografico, è posizionato uno schermo gigante in cui le persone coinvolte a vario titolo vedono tutto ed esprimono il loro parere sulla foto. Il potere è dunque condiviso.

Proviamo a spostare lo sguardo e vedremo Patricia Cornwell china sulla pagina con la penna in mano. Anche Kay Scarpetta è china sul cadavere con mascherina, guanti in lattice e bisturi, ma ha invitato il suo vice e la nipote che lavora all’FBI, perché possano aiutarla a scoprire qualche dettaglio in più, a dire la frase apparentemente incongrua tipo “la scorsa notte l’umidità era al 76%” che apre all’intuizione di un nuovo filone d’indagine.

Che cosa succede quando su uno stesso testo si chinano più lettori, dapprima nella solitudine della loro stanza, e poi insieme? Nasce un gruppo di lettura: nasce la lettura condivisa. E l’innesco di nuovi processi di misteriosa e affascinante combustione.

Proviamo a definire il gruppo di lettura. E’ un insieme di persone che di comune accordo s’incontra regolarmente in un luogo per parlare di libri. Perché? Forse perché leggere in gruppo è meglio che leggere da soli? Non proprio, o non esattamente.

In concreto, un gruppo di lettura nasce quando qualcuno, presumibilmente un lettore, prende l’iniziativa di organizzarlo. Può essere un gruppo di amici, un’associazione, studenti di una scuola, utenti di una biblioteca, clienti di una libreria, degenti di un reparto d’ospedale, impiegati di un’azienda ... La Guida ai gruppi di lettura curata dalla New York Public Library sostiene che non esistono due gruppi di lettura uguali. Quali che siano le loro differenze, in ogni parte del mondo i gruppi di lettura costituiscono una forma di associazionismo che mette al centro della propria ragione d’essere la condivisione della lettura. Parliamo di condivisione, non di lettura collettiva. Infatti, il gruppo di lettura è, o dovrebbe essere, lo svolgimento di un processo che incomincia con la lettura in proprio.

Tutti ci siamo chiesti almeno una volta in che cosa consiste lo speciale piacere che ci procura un libro che abbiamo letto e amato. Ogni volta che proviamo a descrivere questo piacere, di solito non troviamo mai le parole appropriate. Ci scontriamo con le carenze e con i deficit del nostro linguaggio. Scopriamo gli strani squilibri della nostra sensibilità, capace di ricevere molto ma inabile, a quanto pare, a restituire sia pure in minima parte. Il conflitto è di quelli suggestivi, ma la natura della posta in palio, che per comodità definiremo effimera, ci induce presto a desistere. In fondo, non sono certo i conflitti a mancarci, nella vita quotidiana. Quelli estetici possono aspettare. Ci consoliamo pensando che raramente l’intensità si accorda con la precisione. Fintanto che si tratta di raccontare ad amici e conoscenti su spettacoli di un film, una rappresentazione teatrale, un evento sportivo cui abbiamo assistito questo genere, le nostre capacità di racconto non sembrano mai tradirci del tutto come quando, invece, proviamo a dire la nostra su un libro che abbiamo letto.

Sappiamo per esperienza che, in generale, il piacere che comunica un libro supera di molto le nostre possibilità di esprimerlo. Ma un libro che colpisce, che lascia un segno, comunica un desiderio irresistibile di parlarne. Se dovessi dire da che cosa riconosco che un libro mi piace, oggi risponderei: dal potere che questo libro ha di suscitare in me del linguaggio. Del resto, l’emozione di un testo letterario proviene dal linguaggio ed è normale quindi che trovi sbocco nel linguaggio.

Condividere il piacere della lettura è dunque la molla che spinge a istituire un gruppo di lettura. Se leggere, come ha detto qualcuno, significa entrare in conversazione con l’autore del libro, nei casi in cui la conversazione è stata particolarmente felice, sembra naturale darle un seguito, estenderla, parteciparla. Ecco a cosa può servire il gruppo di lettura: a sconfiggere la frettolosità e l’approssimazione che caratterizzano gli sporadici tentativi che facciamo di render conto, a parole, delle parole di un libro che ci ha suggestionato, impressionato. Dal gruppo e nel gruppo prendiamo la forza di rispondere all’intensità di un’emozione di lettura con la precisione del linguaggio e l’articolazione del pensiero.

Diciamo subito che discutere insieme delle rispettive letture non vuol dire confrontare le opinioni per far sì che alla fine prevalga un’unica interpretazione, un unico punto di vista. Vuol dire scambiarsi i punti di vista, misurare l’efficacia e l’adeguatezza dei nostri strumenti espressivi, capire in che cosa la nostra sensibilità di lettori diverge da quella altrui, e in che cosa è uguale, senza timore di apparire goffi, maldestri, in un clima cordiale, piacevole, spiritoso. Quel che caratterizza un gruppo di lettura è l’informalità degli scambi combinata con la regolarità degli incontri. Ad esempio le riunioni accademiche, che non sono altro che gruppi di lettura ad alto tasso di specializzazione e formalità, dove spesso si parla per dovere a qualcuno che finge di ascoltare per convenienza, sarebbero meno disertate se imparassero un po’ della cordialità che si respira nei gruppi di lettura informali.

Coordinando personalmente quattro gruppi di lettura, un paio dei quali da almeno cinque anni, mi è capitato di assistere alle metamorfosi di molti partecipanti, soprattutto quelli abituali. Che cosa comporta una trasformazione di questo tipo indotta dal gruppo di lettura?

  • Una capacità di ascolto di se stessi e degli altri,
  • la gioia di vedere con chiarezza le connessioni tra pensiero e linguaggio,
  • un linguaggio che esprime in modo intenso e con maggior precisione le emozioni   che suscita la lettura di un testo.

In definitiva, dando vita a una conversazione guidata a partire da letture selezionate i partecipanti a un gruppo di lettura prendono confidenza con la loro sensibilità linguistica, intellettuale ed emotiva.

Ho lavorato per molti anni come bibliotecaria, trasformando una passione in una professione. Negli anni più recenti, lontana dal lavoro in biblioteca, ho continuato a leggere per leggere, guidata da una passione irrinunciabile e per lo più solitaria.

Oggi come Bookcounselor ascolto lettori e lettrici, che, come me, rimpiangono i libri non letti, dimenticati, letture mancate, tradite – le sacche di omissioni difficili da colmare, impossibili da dimenticare.E allora invece di proporgli uno Spritz, rileggo loro le parole di Virginia Woolf. Parla al lettore comune e afferma che a tale lettore non andrà la gloria spettante al critico di fama, ma un’importanza e una responsabilità diversa. Sentite le sue parole….(da “The Common Reader”: Second Series”, London 1932)

E con le parole di Virginia Woolf concludo l'intervento facendo mio il suo invito a leggere, a leggere senza uno scopo, per il piacere di leggere. E soprattutto il suo invito a sperimentare il potere della lettura condivisa, che si esprima in circoli letterari, reading group, book club o gruppi di lettura.