ESPERIENZA

Una settimana senza libri.
Un ritiro di silenzio e la scoperta di altri modi per stare con se stessi
Quest’estate ho partecipato a una settimana di ritiro di meditazione. Una delle regole, annunciata con semplicità ma con fermezza, era chiara: niente cellulare e niente libri. Per me, abituata a pensare alla lettura come a una compagna inseparabile, l’idea di trascorrere giorni senza poter aprire un romanzo o un saggio è stata, almeno all’inizio, sorprendente e quasi destabilizzante.
Nel buddhismo, i libri, la letteratura – e altre forme d’arte, come ha chiarito il maestro – intrattengono la mente. Nel migliore dei casi vengono considerati “abili mezzi” (upāya), strumenti utili per avvicinarsi a una verità che, però, non si lascia mai catturare del tutto. Le letture possono ispirare, aprire domande, ma non sostituiscono l’esperienza diretta della meditazione e del silenzio interiore. Lì ho capito che il divieto non era una privazione, ma un invito a non rifugiarmi in appigli conosciuti, a sostare in quell’ascolto radicale del presente e dello spazio vuoto che dimora in me.
Eppure non posso fare a meno di pensare a quanto la tradizione letteraria in Occidente abbia attribuito ai libri un valore affine. Marcel Proust definiva l’opera letteraria “uno strumento ottico” che permette al lettore di discernere in se stesso ciò che, senza libro, non avrebbe forse visto. Più ironico è l’invito di Kurt Vonnegut a leggere i racconti come “pisolini buddisti”: momenti brevi e intensi di sospensione dalla realtà che ci restituiscono più centrati e, in fondo, più vivi. Forse la differenza sta nell’orizzonte: il buddhismo invita ad attraversare le parole per superare l’Io, mentre l’Occidente ha spesso visto nei libri un esercizio per definire meglio chi siamo. E tuttavia è sempre Proust a ricordarci che la lettura è “soglia della vita spirituale”, capace di introdurci in essa ma non di costituirla.
Le sensazioni nei giorni senza lettura.
In quella settimana senza lettura ho compreso che meditazione e letteratura, pur seguendo vie diverse, hanno qualcosa in comune: entrambe creano uno spazio di cura. La meditazione invita a restare con il respiro e con i pensieri che affiorano per poi lasciarli andare; i libri ci accompagnano in viaggi interiori che possono avere una forza altrettanto trasformativa. In entrambi i casi, non si tratta di fuggire dalla realtà, ma di ritornare a essa con uno sguardo più lucido, più compassionevole.
La lettura è per me un esercizio di presenza. Non sempre mi riesce, presa dalla frenesia delle giornate, ma mi basta aprire un libro, immergermi in una trama, in una frase o in una poesia: il rumore esterno si attenua e la mente ritrova un tempo diverso, più lento. In questo senso, leggere diventa un atto di benessere, un modo per ascoltarmi e riconnettermi.
Durante il ritiro mi sono misurata con il vuoto lasciato dai libri. Tornata a casa, ho riscoperto ancora di più la bellezza di averli accanto: come compagni discreti, pronti a offrirmi talvolta una semplice evasione, più spesso “un abile mezzo” per coltivare intimità e gentilezza amorevole (Mettā) verso me stessa e verso il mondo.
Per chi desidera accostarsi al silenzio meditativo con la pratica e con le parole:
- Gionata Agliati, il mio maestro, e la sua palestra di meditazione online
- Un piccolo libro sull’amore, scaricabile in pdf, dal sito del Monastero Buddhista di Santacittarama
- Chandra Livia Candiani, Il silenzio è cosa viva, Einaudi 2018
- Christian Bobin, Francesco e l’infinitamente piccolo, San Paolo, 2011
Romanzi che turbano o divertono, invitando a “stare sulla soglia” tra silenzio, non-sé e impermanenza:
- Kazuo Ishiguro, Il gigante sepolto (2015). C’è un respiro lento, sospeso, che l’attraversa e che evoca l’impermanenza, oltre ai temi della memoria, oblio e perdono.
- Gianni Rodari, C’era due volte il Barone Lamberto (1978). Un racconto per bambini e adulti che parla di morte, rinascita, potere della parola con leggerezza e ironia.
- David Levithan, Ogni giorno (2012). Un protagonista che ogni giorno cambia corpo e vita; un romanzo per giovani adulti sull’identità fluida e sull’assenza di un io stabile. Coerente con l’idea buddhista dell’“anattā” (non-sé).
- James Hilton, Orizzonte perduto (1933). Shangri-La, un monastero nascosto sull’Himalaya. Evoca un’utopia imperfetta di equilibrio e contemplazione.
- Jirō Taniguchi, Furari. Sulle orme del vento (2011). Un graphic novel che si fa esso stesso cammino lento e contemplativo.




